Essere qui

Allenare la presenza nella vita quotidiana

Quante volte ci capita di fare qualcosa mentre con la mente siamo già altrove?

Facciamo colazione pensando alla giornata che ci aspetta. Lavoriamo ripensando a una conversazione avuta il giorno prima. Parliamo con qualcuno mentre una parte della nostra attenzione sta già preparando quello che dovremo fare dopo.

Il corpo è qui. La mente, molto spesso, no.

La nostra mente possiede una capacità straordinaria: può ricordare ciò che è stato e immaginare ciò che ancora non esiste.

È grazie a questa capacità che possiamo imparare dall'esperienza, progettare il futuro, anticipare un problema e organizzare le nostre azioni.

La difficoltà nasce quando questo continuo movimento tra passato e futuro diventa automatico.

Una mente continuamente in movimento

Pensieri, preoccupazioni, ricordi, programmi, notifiche, messaggi, immagini.

Viviamo immersi in una quantità enorme di stimoli e la nostra attenzione passa continuamente da una cosa all'altra.

Anche i piccoli momenti vuoti vengono immediatamente riempiti.

Aspettiamo qualche minuto e prendiamo il telefono. Mangiamo guardando qualcosa. Camminiamo ascoltando qualcosa. Parliamo con qualcuno mentre controlliamo una notifica.

Progressivamente possiamo perdere familiarità con una condizione molto semplice: stare semplicemente in ciò che stiamo vivendo.

E forse il problema non è soltanto la quantità di stimoli che riceviamo, ma il fatto che ci stiamo abituando sempre meno al silenzio, all'attesa e perfino alla noia.

Ogni spazio vuoto sembra qualcosa da riempire.

Essere presenti non significa non pensare

A volte immaginiamo la presenza mentale come una particolare condizione nella quale dovremmo riuscire a svuotare completamente la mente.

Ma essere presenti non significa smettere di pensare.

Significa piuttosto accorgersi di essere andati altrove e imparare a tornare.

Tornare al corpo.
Al respiro.
Alla persona che abbiamo davanti.
A quello che stiamo facendo.

La mente si allontanerà nuovamente. È normale.

E noi potremo nuovamente tornare.

La presenza non è immobilità. È un ritorno.

Ed è proprio questo ritorno che possiamo cominciare ad allenare.

Piccoli ritorni durante la giornata

Non è necessario cambiare radicalmente le nostre abitudini o dedicare ore alla meditazione.

Possiamo cominciare inserendo nella giornata alcuni brevissimi momenti nei quali interrompere il pilota automatico.

Al risveglio.
Prima di prendere il telefono, rimaniamo qualche secondo fermi. Sentiamo il corpo appoggiato al letto e facciamo tre respiri tranquilli. Non dobbiamo ottenere nulla. Semplicemente accorgerci che una nuova giornata sta cominciando.

Durante il primo caffè.
Proviamo, almeno una volta al giorno, a bere qualcosa senza contemporaneamente leggere, guardare o ascoltare altro. Temperatura, profumo, sapore. Pochi minuti nei quali fare soltanto quello.

Quando camminiamo.
Per qualche decina di passi lasciamo il telefono in tasca. Sentiamo i piedi che toccano il terreno, il movimento delle gambe, l'aria sulla pelle. Guardiamo ciò che abbiamo intorno.

Prima di iniziare qualcosa.
Prima di una telefonata, di una riunione o di entrare al lavoro possiamo fermarci anche soltanto per dieci secondi. Un respiro. Una domanda molto semplice: “Dove sono adesso?”

Quando qualcuno ci parla.
Proviamo ad accorgerci di quante volte, mentre l'altro sta ancora parlando, stiamo già preparando la nostra risposta. Ogni tanto possiamo rinunciare a farlo e limitarci ad ascoltare fino alla fine.

Quando prendiamo automaticamente il telefono.
Non dobbiamo necessariamente impedirci di usarlo. Possiamo semplicemente fermarci un istante e domandarci: “Perché lo sto prendendo?” Ho realmente qualcosa da fare oppure sto semplicemente riempiendo un momento vuoto?

Prima di dormire.
Prima dell'ultimo controllo delle notifiche, o magari al suo posto, possiamo dedicare un minuto a sentire il corpo. Dove c'è tensione? Come sto respirando? Come sono arrivato alla fine di questa giornata?

Nessuna di queste pratiche richiede molto tempo.

Il loro valore sta nella ripetizione.

Non aggiungere un'altra cosa da fare

C'è però un rischio.

Anche la presenza può diventare un altro compito da inserire nella nostra lista: meditare, respirare, essere consapevoli, rilassarsi.

E a quel punto rischiamo di trasformare persino il tentativo di rallentare in un'altra prestazione.

Non serve.

Possiamo scegliere uno solo di questi piccoli momenti e ripeterlo per qualche giorno.

Un caffè.
Una camminata.
Tre respiri prima di iniziare a lavorare.

La presenza si coltiva anche così: non aggiungendo necessariamente qualcosa alla nostra vita, ma tornando ad abitare ciò che già facciamo.

Dove siamo mentre viviamo?

Una parte importante della nostra vita non è fatta dai grandi avvenimenti che aspettiamo.

È fatta da migliaia di momenti apparentemente insignificanti.

Il tragitto verso il lavoro. Una conversazione. Una doccia. Una cena. Una passeggiata. Qualcuno che ci racconta la propria giornata.

Momenti che possiamo attraversare pensando continuamente a quello precedente o a quello successivo.

Oppure momenti nei quali, almeno per qualche istante, possiamo esserci davvero.

Essere presenti non significa rinunciare ai ricordi o smettere di progettare il futuro.

Significa imparare a non lasciare che passato e futuro ci portino continuamente lontano dal luogo in cui la nostra vita sta accadendo.

La mente corre.
Noi possiamo tornare.

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